La fase metafisica di Carlo Carrà (Quargnento, 1881 – Milano, 1966) rappresenta una tappa cruciale nella carriera artistica dell’artista, un passaggio delicato dal dinamismo e dall’energia del futurismo a una pittura più riflessiva e simbolica. Carrà si avvicina per la prima volta alla pittura metafisica tra il 1917 e il 1919, immergendosi in una ricerca profonda del mistero e dell’inconscio. Le opere risalenti a questo periodo trasmettono un senso di enigma e di sospensione, come se ogni oggetto e ogni spazio raccontassero storie nascoste e silenziose.
Nel 1917, durante la sua convalescenza nell’ospedale militare di Ferrara, Carrà entra in contatto con Giorgio de Chirico, uno dei massimi pittori surrealisti, un incontro che darà vita a una collaborazione destinata a dare vita al movimento della pittura metafisica. L’incontro con de Chirico segna una vera svolta nel suo stile, portandolo a riflettere su temi del tutto nuovi per il pittore piemontese, come il tempo sospeso, la solitudine e l’irrazionale, tutti elementi tipici dell’arte metafisica.
Le opere di Carlo Carrà di questo periodo trasmettono una tensione silenziosa e un’aura di mistero, che si manifesta nei suoi lavori attraverso spazi vuoti, oggetti apparentemente privi di significato e una luce artificiale che avvolge le scene in un’atmosfera sospesa e quasi onirica, in cui il quotidiano sembra sospeso tra sogno e realtà.

Le opere surrealiste di Carlo Carrà più emblematiche
Tra le opere più rappresentative della fase surrealista di Carrà troviamo “L’Ovale delle Apparizioni“, “La Camera incantata“, “Madre e figlio” e “La musa metafisica“. In questi dipinti, Carrà sperimenta una tavolozza di colori tenui e forme geometriche rigorose per creare immagini che sfidano la percezione del reale e invitano lo spettatore a interrogarsi sul mistero nascosto dietro la realtà quotidiana. “La Musa metafisica”, in particolare, colpisce per la figura femminile stilizzata inserita in uno spazio sospeso, senza riferimenti temporali, che diventa simbolo di una ricerca interiore e di un’arte capace di guardare oltre l’apparenza delle cose.

La pittura surrealista di Carrà: una breve fase di introspezione e mistero. L’evoluzione verso il ritorno all’ordine
Con il passare del tempo, Carlo Carrà lascia alle spalle l’esperienza metafisica per intraprendere un percorso nuovo, orientato verso un “ritorno all’ordine“, ispirato dall’arte rinascimentale e dalla tradizione classica italiana. A guidarlo sono l’armonia dell’arte rinascimentale e la solidità dell’arte classica italiana, che l’artista riscopre e reinterpreta alla luce della sua sensibilità moderna. Questo passaggio segna l’inizio di una pittura più equilibrata e meditativa, dove le forme si fanno più stabili, le figure più solide e lo spazio si fa più chiaro e misurato.
Un esempio emblematico è l’opera “Le figlie di Loth” del 1919, dipinto che racconta bene questa sua trasformazione: qui Carrà cerca di costruire un equilibrio tra innovazione e memoria del passato, senza mai perdere il contatto con la realtà e con la forza della rappresentazione figurativa.
La fase metafisica di Carlo Carrà, seppur breve, ha avuto un ruolo decisivo nel definire la sua identità artistica, dando vita a un linguaggio pittorico nuovo e rivoluzionario. In quegli anni Carrà impara a guardare oltre l’apparenza, a cogliere il mistero nascosto nelle cose e a trasformarlo in immagini intense e suggestive.

Il suo ritorno all’ordine non è un semplice abbandono della metafisica, ma piuttosto un passo avanti: il tentativo di radicare quella tensione interiore dentro una pittura più equilibrata e armoniosa, capace di dialogare con la grande tradizione italiana.
Ancora oggi, se osserviamo le opere di Carrà di quel periodo, si può percepire quell’atmosfera sospesa e misteriosa che renderà la fase metafisica di Carrà un momento irripetibile nella sua carriera, anticipando i successivi sviluppi dell’arte europea del Novecento. Un capitolo breve, ma denso di significati, che continua a parlare agli occhi e alla sensibilità di chi guarda.
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