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Giuseppe Capogrossi, oltre il segno

Giuseppe Capogrossi (Roma, 1900 – 1972) è stato uno dei principali esponenti della pittura informale in Italia del secondo dopoguerra. Nel corso della sua carriera, Capogrossi ha fatto del segno il fulcro della sua ricerca, trasformandolo in una risposta personale e creativa a un’epoca segnata da conflitti e dalla crisi dei valori tradizionali. In un momento storico in cui l’esistenza umana sembrava messa in discussione, la sua arte ha scelto un linguaggio nuovo, lontano dalla rappresentazione realistica, aprendo all’astrazione e alla sperimentazione.

Giuseppe Capogrossi, dall’arte figurativa all’arte astratta

All’inizio della sua carriera, Capogrossi fu un pittore figurativo, dipingeva il mondo così come lo vedeva: le sue prime opere mostrano un realismo delicato e attento ai dettagli del paesaggio e della figura. I viaggi a Parigi con Fausto Pirandello furono fondamentali: lì scoprì l’arte degli impressionisti e la forza innovativa di Picasso, assorbendo nuove idee che avrebbero arricchito il suo linguaggio pittorico.

Ma negli anni Quaranta qualcosa cambiò. L’esperienza della guerra lo spinse a reinventare la sua arte. Le figure e i paesaggi lasciarono spazio a forme geometriche e a un uso del colore più libero, quasi musicale. Il punto di svolta arrivò nel 1949 con l’opera Superficie 022: un quadro astratto in cui un segno semplice diventa protagonista, ripetuto e modulato fino a trasformare la tela in un ritmo visivo nuovo. Da quel momento, tutte le sue opere seguiranno questa strada: saranno Superficie, numerate progressivamente, come note di un linguaggio personale capace di esprimere emozioni senza ricorrere alla figura o alla narrazione tradizionale.

Giuseppe Capogrossi, Superficie 022

 

Fu proprio su queste basi che, negli anni Cinquanta, Giuseppe Capogrossi prese parte alla fondazione del Gruppo Origine, insieme ad artisti come Alberto Burri. L’obiettivo era chiaro: liberare l’arte dalle sovrastrutture e riportarla all’essenza, all’emozione pura del fare artistico. Anche se il gruppo ebbe vita breve, quell’esperienza racconta molto bene il fermento e la voglia di rinnovamento che animavano la scena culturale italiana del dopoguerra.

Il segno come esperienza visiva di Capogrossi

Giuseppe Capogrossi ha scelto di mettere il segno al centro della sua ricerca, lasciandosi alle spalle la pittura figurativa per dedicarsi a un linguaggio nuovo e radicale. Quel segno, semplice e al tempo stesso enigmatico – spesso descritto come una “forchetta” – diventa la chiave della sua espressione.

Le sue Superfici, come le chiamava lui, non sono semplici quadri da osservare: sono esperienze visive da attraversare con lo sguardo. I segni – che ricordano tridenti, pettini o forchette – si moltiplicano sulla tela, disposti in ritmi orizzontali, verticali o diagonali, fino a creare una sorta di partitura musicale fatta di pieni e vuoti. Il bianco e nero, interrotto talvolta da lampi di rosso o arancio, dà alle opere un’aura senza tempo, quasi arcaica, dove l’elemento primordiale si trasforma in simbolo e ritmo.

Giuseppe Capogrossi, Superficie 290

 

Capogrossi non si limitò alla pittura: nella sua carriera si dedicò anche alle arti decorative, realizzando ceramiche smaltate e arazzi, come Astratto (1963), un arazzo creato per la Turbonave Michelangelo, che testimonia la capacità del pittore romano di trasporre il segno pittorico in altri materiali e contesti.

L’eredità di Capogrossi

La forza dell’arte di Giuseppe Capogrossi sta nella sua capacità di trasformare un segno semplice in un linguaggio capace di parlare a tutti. Nelle sue Superfici, i segni ripetuti diventano ritmo, quasi un battito visivo che racconta la vita, mentre lo spazio e il colore si trasformano in strumenti di emozione. Entrare in una sua mostra significa immergersi in un mondo dove la pittura non è solo immagine, ma gesto, riflessione e sentimento: un’esperienza che, ancora oggi, appare sorprendentemente attuale.

Questa originalità e forza espressiva gli valsero il riconoscimento in Italia e all’estero: Capogrossi espose nelle principali gallerie e fiere internazionali, dalla Leo Castelli Gallery di New York alla Galleria Sistina di São Paulo, consolidando una fama che lo ha reso uno dei punti di riferimento della pittura informale italiana. Nel 1968 Palma Bucarelli gli dedicò un’intera sala alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, e dopo la sua morte, avvenuta nel 1972, la fondazione dell’Archivio Capogrossi ha permesso di preservare e valorizzare la sua opera, mantenendo viva la sua eredità artistica.

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