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Natura morta in pittura: un viaggio nella storia del genere pittorico

La natura morta, con il suo fascino senza tempo e la sua capacità di catturare la bellezza in oggetti inanimati, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’arte. Da Caravaggio a Cézanne, questo genere pittorico ha ispirato e affascinato generazioni di artisti.

La natura morta: un genere pittorico indipendente

L’espressione “natura morta” deriva dalla traduzione impropria della locuzione olandese still-leven, che letteralmente significa “natura immobile”. Questo genere pittorico ha radici antiche, ma è nel tardo Rinascimento e nel Barocco che ha acquisito un nuovo significato simbolico, soprattutto dopo il Concilio di Trento del 1563, quando gli oggetti inanimati sono stati considerati capaci di evocare significati religiosi e devozionali.

Fino ad allora, i dipinti si focalizzavano principalmente su scene storiche o figure umane, trascurando completamente i soggetti inanimati. Piante, animali e cibi potevano essere presenti nei quadri, ma solo come elementi decorativi, complementari alla trama principale. Sarà solo a partire dal Seicento che queste rappresentazioni hanno cominciato ad essere trattate come soggetti indipendenti, suscitando l’attenzione di pittori e committenti soprattutto del nord Europa.

Questo genere di rappresentazioni, dallo stile realistico e dettagliato, trovava ispirazione dalla vita quotidiana domestica di tutti i giorni e la natura intima della composizione è un mezzo attraverso il quale l’artista veicolava messaggi di transitorietà.

I dipinti di nature morte, specialmente quelli a tema “Vanitas” – una tipologia di natura morta particolarmente diffusa tra il Cinquecento e il Seicento – erano ricchi di simbolismo. I fiori, in particolare, trasmettevano significati profondi: la rosa simboleggiava amore e trascendenza, il giglio purezza fisica e morale, il tulipano invece era associato alla nobiltà, mentre il girasole esprimeva devozione e amore divino e, infine, la violetta incarnava modestia e umiltà.

Anche gli insetti possedevano un proprio significato simbolico: la farfalla rappresentava la trasformazione e la resurrezione, la libellula la trascendenza, mentre la formica rappresentava il duro lavoro nei campi.

Giorgio Morandi, Grande natura morta con lampada a destra, 1928

I fiori, protagonisti della nature morte del Quattrocento

L’ascesa della natura morta a tema floreale può essere ricondotta all’avvento del Naturalismo, intorno XV secolo: sarà il crescente interesse per la botanica a spingere gli artisti del tempo a cercare una rappresentazione il più accurata e scientifica possibile di piante e fiori.

Questo genere pittorico si caratterizza per la sua rappresentazione di mazzi di fiori e ghirlande, composti con delicatezza e arricchiti da suggestivi giochi cromatici. Spesso la selezione dei fiori e dei loro colori ha un valore simbolico, riflettendo le diverse stagioni dell’anno o concetti religiosi; nel complesso, l’intera composizione trasmette un senso di bellezza universale e di redenzione dell’uomo sulla terra. Le scelte cromatiche non erano casuali, ma ricche di significato: nel Seicento, ad esempio, il giallo, il blu e il rosso erano associati all’ideale di purezza e sacralità.

L’iconografia di frutta e verdura nella pittura del Sei-Settecento

Nel corso del Settecento e dell’Ottocento, i dipinti di natura morta iniziarono a popolarsi di frutta, verdura, carne, pesce, pane e legumi. La diversità di queste rappresentazioni variava in base alla disponibilità e alla tradizione culinaria dei vari paesi, con un particolare rilievo per l’Italia. L’assortimento delle vivande nei dipinti del tempo offriva una sorta di traccia dei mercati dell’epoca e delle specialità regionali: nei dipinti napoletani, ad esempio, spiccavano cedri, limoni, arance, asparagi e carciofi come soggetti prediletti, mentre quelli genovesi abbondavano di varietà di pesci. Le nature morte fiorentine, invece, celebravano salumi e formaggi nelle loro nature morte.

I vasi nelle nature morte non erano semplici accessori, ma assumevano un significato simbolico e funzionale all’interno del dipinto. Potevano rappresentare lo status sociale del committente, le sue preferenze estetiche o addirittura alludere a significati più profondi legati alla natura stessa degli oggetti ritratti.

Ignace Henri Jean Fantin Latour, Frutta e fiori, 1865

Gli oggetti di uso comune, soggetti delle nature morte

Anche gli oggetti di uso comune giocano un ruolo fondamentale all’interno del genere artistico delle nature morte. Nonostante la loro staticità, sono legati alla vita degli uomini, degli animali e delle piante, portando con sé un carico simbolico legato, ad esempio, alle stagioni, ai sensi e alla transitorietà della vita, come nel caso dei dipinti “Vanitas” dove la presenza di oggetti come teschi, fiori appassiti e frutta marcia riflette esplicitamente l’effimero della condizione umana. Possono raffigurare diversi oggetti anche molto diversi tra loro, spaziando tra ceste di frutta a strumenti musicali, bottiglie, vasellame, boccali e libri. La loro disposizione è solo apparentemente casuale, in realtà mostrano l’ambiente domestico dei pittori o dei loro committenti al momento della creazione del dipinto.

Natura morta con teschio, Philippe de Champaigne, 1671

Nature morte di cacciagione

Le nature morte non si limitano a rappresentare oggetti inanimati e cibi, ma possono anche includere animali morti e selvaggina. Questo genere pittorico offre una finestra sul mondo naturale, catturando l’essenza della vita e della morte attraverso la resa artistica di animali selvatici, uccelli e altri trofei di caccia. La natura morta con cacciagione è spesso carica di simbolismo e rifle il rapporto complesso tra l’uomo e la natura, esplorando temi di potere, transitorietà e fragilità della vita selvatica.

Da Caravaggio a Cézanne, passando per Morandi: i maestri della natura morta

Uno dei più celebri maestri della natura morta è sicuramente Caravaggio, noto per il suo realismo straordinario e la sua abilità nel rappresentare oggetti con grande dettaglio. “Il Canestro di frutta” (1597-1600) rappresenta un esempio emblematico di questo genere artistico e presenta elementi tipici del genere “Vanitas”. Al suo interno è contenuta frutta fresca di vario genere, mele, uva, fichi, una mela cotogna e pesche, minuziosamente disposta all’interno di un cesto di vimini intrecciato, alcuni di questi in evidente stato di decomposizione o bucati da insetti. Secondo alcuni storici dell’arte, questi frutti estivi potrebbero portare con sé una serie di significati nascosti, allusivi alla caducità dell’esistenza umana.

Caravaggio, Il Canestro di frutta (1597-1600)

Nel corso della storia dell’arte, la pittura di natura morta ha subito profonde trasformazioni, influenzate dall’evoluzione dei gusti e degli stili pittorici. Nel Novecento, sotto l’influenza di artisti come Cézanne, il panorama artistico europeo si è aperto a nuovi oggetti, ampliando gli orizzonti della rappresentazione. Il contributo di Cézanne ha segnato un punto di svolta nell’arte moderna, con la sua audace esplorazione della prospettiva e la capacità sorprendente di manipolare forme e masse. Il pittore non mira più alla realistica resa degli oggetti, ma si concentra sulla loro stilizzazione, creando volumetrie secondo schemi prefissati e immutabili.

Natura morta con mele e arance” (1899) è infatti caratterizzata da una sintesi audace delle forme e una libertà sorprendente nel trattamento del colore. Qui, le mele dipinte da Cézanne non sono solo frutti, ma diventano oggetti di contemplazione, trasformandosi in volumi che vibrano di nuova energia, con colori che assumono vita propria.

Joan Miró, Natura morta con scarpa vecchia (1937)

Tra i grandi maestri della natura morta, accanto a Caravaggio e Cézanne, troviamo anche Francisco Goya e Joan Mirò, entrambi con contributi significativi al genere. Le nature morte di Goya, realizzate tra il 1808 e il 1812, si distinguono per lo sfondo nero e per la rappresentazione cruda della morte. Mirò, con opere come “Natura morta con sabot” (1937), trasforma il quotidiano in simbolo di tragedia. Giorgio Morandi, invece, si distingue per la semplicità delle sue composizioni di oggetti domestici, che trasmettono un forte impatto visivo.



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