Se Antonio Ligabue è tra i pittori più apprezzati del Novecento lo dobbiamo soprattutto al suo stile originale e senza formalismi.
Definito da molti come “espressionista tragico”, per lui l’arte è stata un’esigenza, una ricerca di sé stesso, un modo per sublimare un’esistenza, la sua, per gran parte, tutt’altro che facile.
“Mi dicono che sono sporco, pazzo, irresponsabile e analfabeta – affermava – Solo perché non seguo la massa degli obbedienti (…) E allora io rispondo: Se questo è il vostro valore, allora io sono ben lieto di non valere nulla, di essere un semplice pazzo analfabeta senza valore.“
Analizzando le sue opere emergono pennellate selvagge e decise e temi ricorrenti come gli autoritratti e le scene raffiguranti combattimenti tra animali.
Quella di Antonio Ligabue è una storia segnata da tragicità e sofferenza, dove arte e vita si intrecciano a tal punto da renderne sfumati i confini. Le opere di Ligabue sono l’espressione di quelle sensazioni e di quei sentimenti che l’artista non riusciva a esprimere con le parole.

Ligabue: la ricerca di se stesso attraverso gli autoritratti
La serie di autoritratti di Antonio Ligabue ha inizio negli anni ‘40 del Novecento e la maggior parte di questi sono stati dipinti all’interno dell’istituto neuropsichiatrico dove venne più volte ricoverato.
Si tratta di una produzione che si stima intorno alle 120 opere (anche se alcuni indicano che il numero totale possa arrivare anche a superare i 150), nelle quali l’autore si raffigurava in posizione principalmente frontale, a mezzo busto, con il volto rivolto a sinistra e lo sguardo girato verso destra.
Ligabue usava l’autoritratto per confrontarsi con se stesso e per ricercare la sua autenticità, trasferendo sulla tela tutto il tormento interiore e il disagio che lo contraddistinguevano. Sono soprattutto gli occhi a diventare finestre aperte sul suo mondo interiore: caratterizzati da una potente espressività e da quella che sembra, quasi, una richiesta silenziosa.
Le pennellate sono corpose e la sua tavolozza è arricchita da gamme cromatiche che si fanno sempre più accese. I colori arrivano all’estremo della loro vivacità e violenza negli anni 50 (periodo considerato anche il più prolifico dell’artista) mentre cominciano a diventare più frequenti autoritratti di Ligabue a figura intera.

La vita come una lotta per la sopravvivenza: le scene animalesche
Altrettanto importante è la produzione di Antonio Ligabue riguardante scene animalesche.
Gli animali rappresentati nelle sue tele sono sia animali domestici, sia animali selvatici (leoni, tigri, aquile, leopardi, cani da caccia), prediligendo, soprattutto, il momento in cui questi balzano sulla preda per attaccarla.
È la stessa lotta per la sopravvivenza che caratterizza anche la sua vita ed è proprio in queste belve feroci che Ligabue si identificava. Si racconta addirittura che per poterli studiare bene, prima di dipingerli, si metteva davanti allo specchio e imitava le loro movenze e i loro versi. La sua convinzione era quella che solo gli animali fossero in grado di vedere la realtà per quello che è e per questo, nei suoi dipinti, esprimono la voglia di libertà e di affermazione dell’artista.
Se durante il 1940/1950, come nel caso degli autoritratti, i colori diventano vivaci e le figure emergono dallo sfondo, negli ultimi anni della vita di Ligabue il disegno sembra scomparire e la realtà viene raffigurata con uno stile che si avvicina maggiormente all’Espressionismo.

Le sculture
In parallelo alla produzione pittorica, Antonio Ligabue si cimenta anche nella scultura. Nelle sculture di Antonio Ligabue, ancora una volta i soggetti privilegiati sono gli animali, in un primo momento rappresentati in modo statico, poi sempre maggiormente resi nel movimento e nella descrizione dei particolari.
Dato che Ligabue modellava le sue opere con la creta del Po, molte delle sue sculture sono andate perdute.

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